La chimica è...

Che bellezza!

I pigmenti di Monet

28 febbraio 2022

Cosa vi viene in mente quando sentite il nome di Monet? Le sue celebri e amate ninfee, la cattedrale di Rouen o il campo di papaveri? Qualsiasi opera, che sia tra le più famose o le meno note, ritrae la magia di un istante che un attimo dopo potrebbe svanire per sempre.
È un gioco di luci, ombre e sfumature di cui Monet è l’indiscusso protagonista tra gli Impressionisti, con la sua pittura “en plein air”, l’assenza del disegno, le pennellate rapide di colore puro.
Sapete che questa bellezza si deve in parte anche a una scoperta chimica?


5 min






La chimica è...

Che bellezza!

I pigmenti di Monet

28 febbraio 2022


Cosa vi viene in mente quando sentite il nome di Monet? Le sue celebri e amate ninfee, la cattedrale di Rouen o il campo di papaveri? Qualsiasi opera, che sia tra le più famose o le meno note, ritrae la magia di un istante che un attimo dopo potrebbe svanire per sempre.
È un gioco di luci, ombre e sfumature di cui Monet è l’indiscusso protagonista tra gli Impressionisti, con la sua pittura “en plein air”, l’assenza del disegno, le pennellate rapide di colore puro.
Sapete che questa bellezza si deve in parte anche a una scoperta chimica?


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TEMI

ricerca e innovazione
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La tavolozza pura

La tavolozza di Monet era gremita di colori brillanti, grazie ai nuovi pigmenti sintetici appena apparsi sul mercato, che il pittore impiegava con entusiasmo in quanto molto più saturi dei pigmenti tradizionali.
Preferiva sovrapporre i colori direttamente sulla tela, organizzandoli in linee, macchie, puntini, lasciando allo sguardo dello spettatore il compito di creare i toni intermedi. In questo modo era come se le tinte si mescolassero solo nell’occhio di chi osserva, rendendo sempre unico e soggettivo il punto di vista.
Possiamo ritrovare questa tecnica, detta “sintesi additiva”, anche nelle ombre, che hanno un ruolo centrale – così come la luce – nello stile impressionista: Monet non utilizzava toni scuri, bensì macchie impregnate di colore.
“Le ombre non sono nere, nessuna ombra è nera, hanno sempre un colore. La natura conosce solo colori, bianco e nero non sono colori.”

I colori del vicino

L’entusiasmo nei confronti dei pigmenti sintetici aumenta col tempo e con le sperimentazioni: la palette monettiana subisce delle trasformazioni, anche grazie alla grande influenza che ebbe il fornitore di tinte, che aveva il negozio proprio accanto a casa, a Giverny, e di cui Monet si fidava ciecamente. Poneva grande attenzione alla qualità dei pigmenti e limitò la sua tavolozza a quelli consigliati per la loro durata.
Gli studi chimico-fisici condotti sui suoi dipinti stabilirono che, dei venti pigmenti più frequenti, dodici erano “i nuovi sintetici”: giallo limone (cromato di bario), giallo cromo (cromato di piombo), giallo cadmio, arancio cromo (cromato basico di piombo), verde di Scheele (arsenito di rame), verde smeraldo (acetoarsenito rame), verde di Guignet (idrossido di cromo), verde cromo, azzurro ceruleo (stannato di cobalto), blu cobalto (alluminato di cobalto), oltremare artificiale e bianco di zinco.
Grazie a questo incredibile studio del colore e all’interesse per le novità tecnologiche, Claude Monet aprirà ai suoi compagni una strada nuova, mostrando al mondo il valore aggiunto dei colori sintetici, fino ad allora considerati eccentrici e inadatti alla pittura. Un grande sperimentatore, in grado di cambiare totalmente la concezione dell’arte tradizionale. Anche grazie alla chimica!

Per sapere di più visita il sito di monetmilano.it