La chimica è...

Post d'autore

Luca Perri

26 aprile 2022

Il World Economic Forum inserisce la diffusione di disinformazione attraverso i media nell’elenco dei maggiori rischi globali per il futuro. All’epoca, però, la minaccia sembra ancora indistinta, poco chiara. Non solo per il grande pubblico, ma spesso perfino agli esperti di comunicazione.


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La chimica è...

Luca Perri





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L’era dell’infodemia

2013. Il World Economic Forum inserisce la diffusione di disinformazione attraverso i media nell’elenco dei maggiori rischi globali per il futuro. All’epoca, però, la minaccia sembra ancora indistinta, poco chiara. Non solo per il grande pubblico, ma spesso perfino agli esperti di comunicazione.

2016. L’Oxford English Dictionary elegge il neologismo post-verità (post-truth in inglese) come «parola internazionale dell’anno». L’espressione descrive l’atteggiamento per cui le persone considerano ininfluente la differenza fra ciò che è vero e ciò che non lo è, diffondendo notizie a seconda dei propri interessi e senza darsi pena di verificarle. Improvvisamente, il mondo si accorge che il razionalissimo essere umano non è capace di discernere razionalmente una notizia vera da una falsa. Tutti cominciano a parlare di bufale e fake news, in ogni ambito. L’argomento “bufale” smette di essere di nicchia e diventa mediaticamente onnipresente. Dalla politica alla società, dall’economia alla scienza, gli effetti del fenomeno appaiono sempre più visibili ed inarrestabili, un pericolo nelle decisioni dei singoli come in quelle della comunità. I colpevoli principali? Internet e i social, ovviamente. Mica le testate giornalistiche, che portano avanti scrupolosamente ed eticamente la vera informazione.

2019. In Italia, per cercare di arginare gli oscuri nemici della democrazia, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM) fonda l’Osservatorio sulla disinformazione online, che pubblica report periodici per monitorare l’origine, lo sviluppo e la diffusione delle fake news sulle varie tematiche. Un lavoro interessante, che però non è ovviamente riuscito a frenare le innumerevoli bufale scientifiche che sono circolate nel nostro Paese durante gli anni della pandemia. Ma l’era in cui viviamo, l’era di internet, è dunque realmente l’era delle fake news?
Risponderò con un esempio. Tutti sappiamo che la Grande Muraglia cinese è l’unica opera umana visibile dallo spazio ad occhio nudo. È scritto anche nei libri di testo.

Peccato che... no

Non intendo che non sia l’unica opera umana visibile dallo spazio, intendo che non si vede proprio. Secondo le ultime misurazioni ufficiali la muraglia è lunga 8.851,8 chilometri. Mille volte l’altezza del Monte Everest e quasi sette volte la lunghezza dell’Italia dalle Alpi a Lampedusa. Impressionante. Deve averlo pensato anche colui che ha dato origine alla leggenda metropolitana in questione, l’archeologo inglese William Stukeley.
«Fa una notevole figura sul globo terrestre, e potrebbe essere individuata dalla Luna», scrisse Stukeley.
Il problema è che il muretto, alla base, è largo sei metri e mezzo. Meno della larghezza di una porta da calcio. Nel punto più largo misura nove metri e dieci centimetri. Meno di un autobus.
Se si vedesse dall’orbita terrestre (non sto a scomodare la Luna) allora sarebbe visibile anche casa tua, che probabilmente è più larga di 6 metri e mezzo. Perché faccio questo esempio? Perché la frase incriminata, che ancora influenza i nostri libri di testo delle elementari, è stata scritta nel 1754. Quasi due secoli e mezzo prima di Internet.
Da che l’essere umano comunica, esistono le bufale. Gli esempi potrebbero letteralmente essere migliaia. Semplicemente la comunicazione oggi è talmente veloce da diffondere in pochi secondi in tutto il mondo le notizie, vere o false che siano. Ma dire che viviamo nell’epoca delle fake news è un po’ come dire che siamo nell’epoca dei viaggi pericolosi solo perché le nostre auto possono viaggiare più veloci dei carri trainati da muli. Ah, bei tempi sicuri quelli del Far West…Semmai, l’era in cui viviamo è un’altra.

Cos'è la infodemia

2020. A febbraio le bufale scientifiche sulla nuova pandemia proliferano sempre più, sommandosi a un mare di informazioni più o meno verificate o attendibili, provenienti dalle fonti più disparate (testate giornalistiche ampiamente incluse), riportate o fruite in modo sintetico e frettoloso. Nei comunicati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità comincia ad essere utilizzato sempre più di frequente un termine nato nel 2003 per indicare gli effetti globali dell’epidemia di SARS nei media: infodemia. Un neologismo che descrive l’inarrestabile epidemia di informazioni pronta a travolgere tutti noi.
Se viviamo in un’epoca o era particolare, dal punto di vista dell’informazione, questa è l’era dell’infodemia.
Quando l’onda di piena di questa pandemia informativa giunge, giorno dopo giorno, annaspiamo in un mare di notizie – vere o false che siano – giungendo al sovraccarico cognitivo. E, in quel momento di difficoltà, la nostra mente cerca una direzione da seguire, trovando rifugio in attraenti scorciatoie. Scorciatoie che, purtroppo, portano spesso in una direzione sbagliata.
Oggi non cadiamo più spesso preda delle fake news perché ce ne sono di più o sono create meglio o su internet funzionano all’ennesima potenza. Cadiamo più spesso perché la nostra mente non regge il carico di informazioni a cui siamo sottoposti, affidandosi a meccanismi mentali spesso fallaci.
Chi ne sa (quindi non io) chiama questi meccanismi euristiche o bias cognitivi: sono i pregiudizi – non necessariamente suffragati dall’evidenza – con cui interpretiamo le informazioni di cui entriamo in possesso. I bias distorcono ogni nostra valutazione, contribuendo a influenzare ideologie, opinioni e comportamenti.
Ad accorgersi per primo del problema fu, negli anni Settanta del secolo scorso, lo psicologo israeliano e Premio Nobel Daniel Kahneman. Kahneman dimostrò che l’essere umano può recepire e analizzare le informazioni attraverso due strade, chiamate Sistema 1 e Sistema 2.
Il Sistema 2 è quello del ragionamento: lento, faticoso, governato da regole… in una parola, noioso. Meglio ignorarlo.
Meno male che c’è il Sistema 1, basato sull’intuizione: veloce, automatico, non comporta sforzi mentali e associa le notizie alle percezioni sensoriali e alle emozioni.
Meraviglioso, questo Sistema 1! Ci piace un sacco! Per questo che lo usiamo di continuo, credendo con entusiasmo a centinaia di bufale.

I bias cognitivi

Non è una questione di intelligenza dei singoli individui: i bias sono parte integrante della mente di ognuno di noi. E scordiamoci di eliminarli con un alto grado di istruzione: si sono evoluti in centinaia di migliaia di anni di evoluzione, qualche decennio di cultura personale non li farà scomparire magicamente. Quindi un po’ di umiltà, tutti quanti: nessuno di noi, dal premio Nobel al sottoscritto, è immune al ragionare di pancia e all’irrazionalità. Magari io, dato il mio lavoro, sarò più razionale quando si parla di astrofisica (non è mica detto, comunque), ma parlatemi di economia e non ci capirò nulla, lasciando libero sfogo ai bias.
Ma, visto che ne parliamo da un po’, quali sono questi bias? Bella domanda. Sono tantissimi, svariate decine e se ne scoprono di continuo. Ci vorrebbe un libro intero solo per elencarne una parte. Ma, se impariamo pian piano a conoscerli, possiamo tenerne conto a posteriori e correggere la nostra percezione, in modo da diminuirne gli effetti distorsivi. Non è una cosa semplice da fare, ma è sempre meglio che alzare bandiera bianca o sperare che qualcuno ci smonti le fake news a una a una. Anche perché, tempo che qualcuno smonta una bufala ne saranno nate altre migliaia. In gergo tecnico si chiama principio della montagna di sterco. Il nome vero sarebbe leggermente più volgare, ma ci siamo capiti: non si fa in tempo a togliere una palata di rifiuti che sul mucchio ne cadono molte altre. Dobbiamo quindi autodifenderci, studiando come ci potrebbero fregare e costringendo quel dannato Sistema 2 a muoversi e ad intervenire, ogni tanto.
Io, per cominciare, cito giusto un paio di meccanismi cognitivi che spesso applichiamo anche senza rendercene conto.
Il primo è il bias di conferma: tendiamo a cercare, selezionare e interpretare informazioni in modo da porre maggiore attenzione a quelle che confermano le nostre convinzioni, che riteniamo pertanto più credibili. Viceversa, tenderemo a ignorare o sminuire le informazioni che contraddicono le nostre ipotesi. In pratica tendiamo a guardare o a compiere solo le azioni che confermano ciò che già pensiamo.
Questo processo di selezione viene chiamato cherry picking, raccolta delle ciliegie: così come cogliendo le ciliegie da un albero scegliamo solo le migliori, scartando quelle beccate dagli uccelli o rovinate dalle intemperie, così recepiremo solo le notizie che ci soddisfano, ignorando quelle che non ci piacciono. Il secondo è il principio di autorità. Se ti è capitato di dire o di sentir dire «L’hanno detto al telegiornale», oppure «C’è scritto sul libro», o ancora «Se lo dice lui allora è sicuramente vero», allora hai esercitato o subìto il principio di autorità. Una formulazione più nota è l’ipse dixit. Tenderemo a credere maggiormente a ciò che ci viene detto da un’autorità di cui ci fidiamo.
Il problema enorme del principio di autorità? È ineliminabile: che sia un libro di testo, un articolo scientifico, un premio Nobel o Piero Angela, prima o poi di una qualche autorità ci dovremo fidare. Cosa possiamo fare, dunque? Vagliare le fonti, cercando di individuare quelle affidabili e quelle da cui diffidare.
È un lavoraccio, vero?
Assolutamente sì. Spesso è anche un processo lungo e noioso.
Se preferisci puoi sempre affidarti al Sistema 1, agile e scattante. Basta che, nel farlo, tu sia consapevole che quando considererai il tuo interlocutore ignorante o analfabeta funzionale, sicuramente nella discussione ci sarà almeno un analfabeta cognitivo: tu.

Luca Perri,
astrofisico di INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica) e divulgatore scientifico, autore di “INFODEMIC – Il virus siamo noi”

 

 

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