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21 settembre 2020

L'architetto dell'invisibile - prefazione (seconda parte)

...C'è infine un altro aspetto di cui bisogna tenere conto, se uno volesse valutare la funzione sociale della chimica, ed è il concetto di rapporto fra costo e beneficio. Per capire meglio cosa intendo, credo che la cosa migliore sia parlare della vita e della carriera di uno dei personaggi più bui e tristi della mia disciplina, il tedesco Fritz Haber. Premio Nobel per la chimica nel 1919, Haber deve la sua fama a due filoni di ricerca distinti. Il primo è lo studio delle reazioni dell'azoto, l'elemento chimico che compone il 70% circa dell'aria che respiriamo. L'azoto è fondamentale per la vita vegetale, in quanto è l'elemento fertilizzante per eccellenza; le piante hanno bisogno di azoto quanto noi di vitamine.

Purtroppo, questo elemento è così contento di se stesso e della sua importanza che raramente scende a patti con altri elementi o composti per reagire, e questo lo rende difficile da maneggiare. Per avere abbastanza azoto, le piante ricorrono di solito a interventi esterni. Le piante carnivore lo mangiano, sotto forma di insetti; le piante domestiche lo assumono sotto forma di fertilizzante solido, ovvero, prima del 1900, letame. Una tazza di letame contiene più o meno la stessa quantità di azoto di un metro cubo d'aria – i fertilizzanti solidi o liquidi sono molto più densi, e quindi più efficienti, della semplice atmosfera. È grazie al processo sviluppato da Haber, però, che l'azoto – riscaldato, compresso con gas idrogeno e con l'aggiunta di uno zinzino di osmio – può essere fatto reagire e trasformato in ammoniaca, NH3: la madre di tutti i fertilizzanti. Da qui i raccolti più grandi, le messi più rigogliose, le patate enormi. Risultato? Già nel 1914 si stimava che i fertilizzanti di sintesi avessero salvato dalla morte per inedia qualcosa come un milione di persone.

Purtroppo, il 1914 ricorda anche un altro evento, che di vite umane ne spense molte. Anche di questo evento Fritz Haber fu protagonista assoluto, volontario e, questa volta, negativo. La fama di Haber convinse infatti gli alti papaveri della Grande Germania ad affidargli il compito di produrre armi non convenzionali in grado di aggirare la convenzione dell'Aia, che proibiva esplicitamente – ma non troppo efficacemente – l'uso di armi chimiche. Haber, con piglio deciso, si mise al lavoro, e i risultati non tardarono ad arrivare. Il primo dei prodotti dell'ingegno di Haber, proiettili gravidi di bromuro di xilile, era pronto già nel 1915; sarebbero seguiti altri composti, a base di cloro, culminanti nel gas urticante Gelbkreuz (croce gialla), detto anche "gas mostarda" che, nella sola battaglia di Ypres, da cui poi il nome iprite, fece cinquemila vittime tra i francesi. Questo risultato fu ottenuto grazie alla competenza dei soldati tedeschi, guidati sul campo dallo stesso Haber che, noncurante dei giudizi morali dei suoi colleghi e della famiglia – la moglie si suicidò subito dopo la battaglia di Ypres, sconvolta dalla vergogna per quello che aveva fatto il marito –, era evidentemente entusiasta del suo nuovo ruolo di "angelo sterminatore".

Sul fatto che Fritz Haber fosse, perdonate il francesismo, un enorme stronzo, ci sono pochi dubbi sul piano storico; sul fatto che si sia reso responsabile di migliaia di morti, anche; sul fatto che i concimi di sua invenzione abbiano risparmiato la morte per inedia a milioni di persone, pure. Non è giusto, né onesto, mettere dei cadaveri su una bilancia per giudicare l'operato di una disciplina, ma è necessario ricordare che i progressi della chimica, oltre ad aver avvelenato molte persone, hanno anche salvato la vita a molte altre. Una piccola molecola come l'ammoniaca, foriera della possibilità di concimare il proprio campo senza dover più possedere delle vacche e il loro letame, è la principale ragione del fatto che oggi, sulla Terra, siamo circa sette miliardi di persone.

C'è poi un secondo fatto da considerare. L'iprite, o gas mostarda, tecnicamente si chiama tioetere di cloroetano e ha effetti devastanti sul nostro corpo, particolarmente sul midollo osseo. In pratica, l'organismo diventa quasi incapace di produrre globuli bianchi. Fu osservando questa caratteristica nei militari statunitensi che due ricercatori loro compatrioti, Louis Goodman e Alfred Gilman, si chiesero se, per caso, la cosa avrebbe potuto avere effetto anche sui globuli bianchi non autorizzati: le leucemie. Fu così che provarono a somministrare a un paziente oncologico quantità minime di un derivato meno volatile dell'iprite, la ciclofosfamide, dove l'atomo di zolfo viene sostituito da un fosfato ciclico. Il tumore scomparve, o quasi. I tumori maligni, però, sono furbi, e il male ricomparve circa sei mesi dopo. Il paziente morì; ma sei mesi prima era nata, ufficialmente, la chemioterapia.

Molto spesso, quando si giudica il progresso, ci si sofferma – giustamente – sui suoi aspetti negativi. È necessario farlo: si migliora solo rendendosi conto dei problemi che generiamo, oltre che di quelli che già abbiamo. Ma sovente abbiamo la tendenza a non considerare, o a trovare assolutamente normali, quelli positivi. È per noi naturale, oggi, curare malattie un tempo letali con una semplice iniezione, subire operazioni chirurgiche sotto anestesia generale e non vedendoci mettere in mano un bicchiere di rum e una pallottola da mordere.  Molti dei bambini nati con parto cesareo, che giocano felici in braccio alla loro mamma, probabilmente oggi porterebbero fiori su una tomba, senza una piccolezza del genere.

Un chimico non fa solo mescoloni in laboratorio – o meglio, se lo facesse durerebbe poco – ma, prima di tutto, interagisce in modo astratto con la materia che andrà a trattare cercando di prevedere cosa succederà. E, per farlo, ha bisogno di un vocabolario particolare, fatto di lettere (gli atomi), di parole (le molecole), di frasi (i processi chimici) e di storie (i materiali finali).
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Dei molti aggettivi che si possono associare alla chimica – difficile, puzzolente, pericolosa, cattiva – ce n'è uno che non le si può applicare in alcun modo: noiosa.


Da "L'architetto dell'invisibile, ovvero come pensa un chimico" di Marco Malvaldi, scrittore e chimico

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