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31 maggio 2021

Post d'autore: Roberta Villa

Le fake news in tempo di pandemia. Non solo internet!

Si dice che la pandemia sia stata accompagnata da un’epidemia parallela, che non ha riguardato la diffusione di un altro virus, ma una enorme quantità di informazioni, vere o false, che hanno letteralmente travolto l’opinione pubblica. Non c’è stato programma televisivo, radiofonico o giornale che non abbia dedicato al tema ogni giorno ore di trasmissione o decine di pagine. E questo per più di un anno, in una monopolizzazione del panorama informativo che non ha precedenti per copertura e durata. La valanga di messaggi, spesso contraddittori tra loro, ha creato caos e alimentato la sfiducia nei confronti degli scienziati e delle istituzioni, accusati di poca coerenza. La conferma è venuta da un’indagine condotta dall’osservatorio di Observa nel corso della seconda ondata, nell’autunno 2020: secondo questi dati, per oltre il 60% degli italiani, gli esperti avrebbero contribuito a confondere gli italiani, invece che aiutarli a orientarsi nella crisi, distinguendo le cosiddette “fake news” dai messaggi utili a gestire l’emergenza e il rischio, individuale e collettivo.

L’espressione “fake news”, inizialmente riservata alle bugie inventate di sana pianta, spesso per ragioni di propaganda politica o per alimentare interessi economici, è finita con essere estesa a ogni forma di disinformazione, e talvolta, purtroppo, è stata sfruttata anche per etichettare ogni opinione difforme dalla propria, delegittimandola.

L’incertezza che caratterizza qualunque pandemia, tanto più se provocata come in questo caso da un virus completamente nuovo, ha facilitato questo fenomeno: in una situazione in cui poche informazioni erano veramente sicure, e in cui a queste si sovrapponevano interpretazioni, ipotesi e proiezioni sul futuro stimate con modelli matematici, il confine tra vero e falso è apparso sempre più labile e sfumato.

Ancora una volta si è potuto verificare che il luogo comune secondo cui i social media sarebbero il principale motore della disinformazione è a sua volta una “fake news”. Certamente su Facebook e Twitter qualunque contenuto viaggia più rapidamente, e può raggiungere in un attimo ogni parte del mondo e un numero di persone superiore a quello ottenuto da altri mezzi di comunicazione. Ma il mezzo non è sempre il messaggio, come sosteneva negli anni Sessanta il sociologo canadese Marshall McLuhan. Non del tutto, almeno. Il mezzo che lo veicola contribuisce a caratterizzare il messaggio, ma resta pur sempre un mezzo, di cui tener sempre conto, ma che non è prevalente. Non a caso Bill Gates, protagonista della rivoluzione digitale come fondatore di Microsoft, una generazione dopo, fu il primo a sottolineare un concetto divenuto cardine del marketing online: “Content is the king”, “Sovrano è il contenuto”, nella comunicazione della scienza come in alcuni approcci alla pubblicità.

Le innovazioni nei mezzi di comunicazione, come in tutti gli altri settori, peraltro, hanno sempre trovato resistenze. È capitato anche con l’introduzione della stampa a caratteri mobili di Gutenberg nel Quattrocento, a cui la rivoluzione di internet può essere paragonata per la pervasività e la rapidità con cui ha trasformato la società di questo millennio.  L’introduzione della nuova tecnologia, accolta con entusiasmo da alcune fasce della popolazione, trovò resistenze e franca ostilità in altre. Non solo tra gli amanuensi, che perdevano il lavoro e vedevano sminuire il loro ruolo, così come accade per altre professioni oggi. Il punto cruciale era il più facile accesso ai libri rispetto al Medioevo, quando erano merce rara e preziosa. Ciò contribuiva inevitabilmente alla diffusione delle idee, con tutti i pro e contro che questo comportava. La Chiesa cattolica si preoccupava per esempio che il popolo potesse avere accesso diretto alle Scritture, interpretandole senza il filtro delle gerarchie ecclesiastiche: oggi si parla di “disintermediazione”. Un certo filone calvinista temeva che la gente si potesse perdere, e disorientarsi in mezzo a tanta, troppa informazione: oggi si parla di “sovraccarico informativo”. Alcuni governi guardavano con sospetto alla possibilità che in questo modo si facilitasse una maggiore consapevolezza da parte delle classi inferiori: si discute oggi di “democrazia digitale”. Di fatto, esattamente come oggi, l’allargamento della conoscenza presentava rischi e vantaggi, ma è difficile pensare, col senno di poi, che l’innovazione di Gutenberg abbia prodotto più danni che benefici.

La storia si è poi ripetuta con l’invenzione dei giornali e con la televisione,  a lungo ritenuta responsabile di un decadimento dei costumi e della perdita di senso critico della popolazione. Eppure anche questo elettrodomestico, tanto demonizzato, entrando nella maggior parte delle case, ha contribuito a creare una lingua comune nell’Italia dei mille campanili, e ha portato, insieme a tanta spazzatura, anche teatro, cinema, letteratura, musica e scienza a chi non sarebbe mai andato a cercarsi questi stimoli altrove.

Così, anche navigando sulle onde della rete si può trovare pedopornografia e incitazione alla violenza, spaccio di stupefacenti e di farmaci non autorizzati, cyberbullismo, sfide pericolose e manipolazione delle coscienze, ma allo stesso modo internet e i social media possono  essere uno strumento che veicola contenuti formativi, oltre che ricreativi, che favorisce un dibattito costruttivo, che autolimita la disinformazione offrendo la stessa velocità e penetrazione di cui questa usufruisce sul web al debunking e alle smentite delle notizie false. È una questione di contenuti, non di mezzi per trasmetterli.

Eppure, quando si parla di disinformazione, vi si associano sempre i social network, e gli incompetenti “laureati all’università della strada” che attraverso Facebook o Twitter diffondo fake news. È vero. Ci sono anche loro. Così come, soprattutto nei primi mesi dell’emergenza, si sono dovute arginare decine di messaggi diffusi in massa su Whatsapp, i quali sostenevano le tesi più assurde: che il virus potesse essere ucciso semplicemente assumendo bevande calde, che bastasse esporsi al sole per non ammalarsi, che la responsabilità della pandemia era da ricercare nelle reti 5G sempre più presenti sul territorio. Ci si può sorridere, ma alcune di queste bufale erano tutt’altro che innocue: non solo perché, proponendo metodi di prevenzione e cura farlocchi, esponevano i più creduloni a un maggior rischio di ammalarsi e non curarsi in maniera adeguata, ma anche perché, come nel caso delle teorie cospirazioniste sul 5G, hanno provocato nel Regno unito episodi di sabotaggio che hanno compromesso la rete in diverse aree, peggiorando così la situazione già difficile imposta dal lockdown.

È vero anche che l’eccesso di informazioni stordisce, più che orientare: a tanti dati scientifici, notizie fondate, testimonianze oneste e consigli ragionevoli si intrecciano ogni giorno opinioni irrilevanti o incompetenti, messaggi falsi, conclusioni incoerenti, talvolta per errore, da parte di chi comunica o dei giornalisti che li riprendono, talaltra per la chiara intenzione di distorcere i fatti, al fine di influenzare una narrativa in grado di determinare il consenso per l’una o l’altra parte politica o di indurre a qualcuno consistenti vantaggi economici.

Mai come durante questa crisi abbiamo avuto testimonianza diretta del peso della comunicazione pubblica nel determinare i comportamenti delle persone e nell’influenzare il loro stato d’animo e il loro convincimento. Chi può dimenticare la convinzione con cui si dichiarava che il virus era “clinicamente morto” o che l’estate avrebbe spazzato via la pandemia, per poi stigmatizzare i cittadini che, di conseguenza, avevano vissuto le loro vacanze in libertà? O le tante persone convinte che i vaccini potessero inserirsi nel loro DNA provocando mutazioni permanenti, oppure che per produrli si incoraggiassero interruzioni di gravidanza per coltivare i virus sulle cellule fetali? Ma anche soltanto che possano in qualche modo indurre l’infezione, pur non contenendo SARS-CoV-2, per cui i vaccinati sarebbero infettivi. E via con il business degli alimenti e degli integratori capaci di prevenire l’infezione. O l’idea che le cure domiciliari bastino a evitare la necessità della vaccinazione, che la Svezia sia passata indenne attraverso la pandemia senza mettere in atto misure di contenimento e mitigazione oppure che un runner solitario potesse rappresentare un pericolo per la salute pubblica.

Di tutto questo non si è parlato solo, né prevalentemente sui social media. Accanto a protagonisti dell’informazione mainstream che hanno cercato di fare sempre riferimento a esperti competenti e a mantenere il timone di una comunicazione il più possibile corretta, alcuni programmi televisivi, giornali nazionali e canali radiofonici hanno cavalcato con entusiasmo ciascuna di queste bufale, per compiacere il proprio pubblico o i propri editori.  Sui social media, viceversa, hanno proliferato ciarlatani, gruppi e movimenti di disinformazione, ma ha trovato nuova forza anche l’impegno di medici, scienziati, divulgatori e giornalisti scientifici che smontano quotidianamente su Facebook, su Twitter o sui loro canali Instagram o Youtube le bugie o le distorsioni della realtà diffuse da canali che dovrebbero essere ritenuti a priori più autorevoli.

Il ruolo di internet e dei social media nella velocità, diffusione e forza di penetrazione delle notizie è indiscusso, ma non riguarda la qualità di ciò che viene trasmesso. Per migliorare quella occorre lavorare tutti, su tutti i fronti, senza concentrarsi sui diversi contenitori, ma sui contenuti che si mandano al pubblico.

Roberta Villa
Divulgatrice scientifica e autrice di “Vaccini: mai così temuti mai così attesi”

 

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