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17 dicembre 2020

Cos'è la chemofobia? - seconda parte

Oggi piove e fa freddo. Il tempo infausto mi ha costretto ad abbandonare il balconcino da cui ho scritto lo scorso articolo sulla chemofobia. Due cose non sono cambiate: il tè caldo al mio fianco e la definizione di chemofobia come la paura irrazionale delle sostanze chimiche (di sintesi).

Tutti siamo un po’ chemofobici. Almeno Credo. Io per primo, quando sono al supermercato e vedo campeggiare su una confezione scritte come “100% naturale”, penso “ah, questo sarà sicuramente più sano”. Mi serve un attimo per fermarmi, pensare e deliberatamente decidere di lasciarlo sullo scaffale.

Il marketing è abilissimo a sfruttare queste nostre predisposizioni. Quella che mi scatta mentre spingo il carrello è l’euristica del natural-is-better, una scorciatoia mentale che ci porta a credere che i prodotti naturali siano meglio di quelli sintetici. Questo pensiero è tutt’altro che nuovo. L’idea che l’opera dell’uomo non possa essere comparabile a quanto prodotto dalla natura è vecchia di secoli (se non millenni). La Natura, in questo caso, è da intendersi con la “N” maiuscola: divina o, comunque, opera del divino. L’uomo, che è finito e contingente, non potrà mai eguagliarla. 

“Ciò che Dio ha creato attraverso i poteri naturali non può essere imitato artificialmente; l’industria umana non è comparabile a ciò che produce la natura.”

Avicenna (approx 980-1037)

Oggi le cose non sono diverse e ne abbiamo una riprova nelle risposte a un sondaggio condotto su 663 abitanti della Svizzera tedesca. I partecipanti associavano sentimenti negativi alle parole “sostanza chimica di sintesi” e positivi a “sostanza chimica naturale”. Questa euristica pone un’enorme sfida comunicativa ed è fondamentale tenerne conto quando si vuole divulgare la chimica.

Altrettanto invasiva è l’euristica di contagio. Si tratta dell’idea che non ci siano dosi sicure di una sostanza tossica e che bastino dosi infinitesimali di un composto pericoloso per rendere insalubre un prodotto.

“Ma come fai a mangiare ‘X’, non lo sai che contiene il composto ‘Y’?”

Non è tanto la presenza o meno di ‘Y’ a rendere pericoloso ‘X’, quanto la quantità in cui è presente e i modi (e tempi) di esposizione. Anche l’acqua se bevuta in eccesso può essere pericolosa. Oppure il cromo, che sappiamo esser un metallo pesante piuttosto insalubre, ma che in piccolissime quantità è un micronutriente importante per la nostra vita.  Insomma, l’euristica di contagio è quella scorciatoia mentale che ci fa ignorare la massima - vecchia di secoli - che sia la dose a fare il veleno. Con buona pace di Paracelso.

Ve ne cito un’altra e poi prometto che la smetto: l’euristica di fiducia. Questa è la stessa euristica che ha permesso l’ascesa degli influencer. Quando non abbiamo abbastanza informazioni per prendere una decisione ci rivolgiamo a persone o enti di cui ci fidiamo. Quando devo comprare dell’attrezzatura per i video, sento i consigli di alcuni youtuber di fiducia.  Allo stesso modo, quando valutiamo laicamente il rischio di un composto chimico gioca un ruolo fondamentale la fiducia che riponiamo nelle istituzioni. Per istituzioni intendo gli enti nazionali e internazionali preposti alla regolamentazione dei prodotti, ma anche le singole industrie che mettono i beni sul mercato. Troppo spesso si snobba l’importanza di una buona comunicazione in tal senso. La creazione di un rapporto di fiducia con i cittadini da parte delle industrie e degli enti regolatori è probabilmente il primo passo nel combattere la chemofobia.

Già queste tre euristiche (natural-is-better, contagio e fiducia) sono una bella gatta da pelare. Non si tratta solo di raccontare quanto è bella e buona la chimica. Bisogna combattere contro una predisposizione umana alla chemofobia. Le euristiche non nascono dal nulla. Evolutivamente, la capacità di prendere delle decisioni in fretta sfruttando queste scorciatoie è vincente. In una società sempre più complessa, però, iniziano a creare qualche problemino. Abbiamo visto come, ad esempio, possano contribuire alla pervasività della chemofobia. 

Alla domanda “perché esiste la chemofobia?” risulta quindi evidente che non possiamo rispondere “perché laggggente è stupida/ignorante”. Sarebbe molto più semplice e forse consolatorio. La risposta più probabile è “perché siamo umani” e ci vuole molto impegno per andare contro ciò che ci viene naturale.

Ruggero Rollini
Laureato in chimica e divulgatore scientifico

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