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30 marzo 2020

Sai quelli che era meglio una volta...

“Niente nella vita va temuto, dev'essere solamente compreso. Ora è tempo di comprendere di più, così possiamo temere di meno”.
Ha quasi un secolo questa frase di Marie Curie, ma potrebbe essere stata scritta ai giorni nostri. Meno capiamo e più abbiamo timori, anche se a volte sono ingiustificati.
Ecco perché nella rubrica #postdautore abbiamo chiesto a scrittori, divulgatori scientifici, giornalisti e accademici di aiutarci a fare luce sulle bufale e i falsi miti più comuni nella scienza. Per non avere paura, se non serve. 


Sai quelli che una volta era meglio. Che naturale è meglio. Al profumo dei prati d’aprile. Con tutta sta plastica che ci avvelena. Che il vino del contadino. Agli estratti di orzo. Si stava meglio una volta.

L’idea dell’età dell’oro, lo stato di natura invocato da Jean-Jacques Rousseau, l’idea di un passato felice nel quale eravamo bambini e tutto era magico, contrappone la natura buona all’artificio cattivo.
La natura come risanatrice, guaritrice, perfetta; come divinità essa stessa (Natura con la "enne" maiuscola) oppure il Creato che, in quanto espressione divina, è completo e compiuto.
L’artificiale è percepito come contaminato; l’artificiale è umano, perciò è imperfetto, ma quando l’uomo ambisce a sostituirsi alle divinità con superbia e hybris allora l’artificiale è espressione del diavolo, una pentola incompleta di coperchio.

Eppure ai tempi in cui esistevano solamente i rimedi naturali, quando non si inquinava l’aria con gli impianti di riscaldamento e con le automobili, quando i broccoli non venivano confezionati e il vino era quello del contadino, si viveva male, poco, pieni di scabbia e di malattie. Era indispensabile bere vino – in genere inacidito come aceto - perché l’acqua era puzzolente di cisterna e pericolosa per le amebe; e se non si beveva vino o birra, l’acqua veniva disinfettata aggiungendo a parte l’alcol concentrato. Oppure bisognava farla bollire e si metteva qualche foglia amaricante e astringente, come il tè o il caffè.

A quei tempi, nel passato vero e non nel passato immaginario, la natura era percepita marcia, corrotta, mortale, malata. La natura portava parassiti, animali, pestilenze.

Mai prima di questi anni il genere umano ha avuto una vita così lunga, sicura, sana, sazia, alfabetizzata, dignitosa.
Mai la pancia così piena e una qualità migliore della vita, diventata molto più lunga.
Sul pianeta non ci sono mai stati così pochi i poveri – sono sempre troppi, ma sono sempre meno.
P
er fortuna la mortalità infantile è calata in modo così rilevante in tutto il mondo, compresi i paesi più sfortunati nei quali il sottosviluppo è così difficile da combattere.
Purtroppo ci sono ancora sacche di povertà, di sofferenze indegne, di ignoranza e superstizione, di violenza efferata: il lavoro dell’umanità è ancora lungo.

E si è visto che ciò che rende faticosa, malata, breve la vita non è l’inquinamento: è la povertà. Si vive meglio, più sani, più a lungo dove ci sono più soldi, indipendentemente dalla qualità dell’ambiente.
Il vero nemico da combattere è la povertà.

Le società più vicine allo “stato di natura” vedono nella modernità una cosa positiva, un’uscita dalla miseria. Negli anni ’60 l’Italia che emergeva da millenni di fame agricola assegnava un tono di modernità positiva al Moplen (il polipropilene inventato dalla Montecatini). Basta con le mastelle di legno o di acciaio zincato, basta con gli oggetti pesanti e frangibili. E ugualmente oggi il telefonino o i vestiti di poliestere sono segno di ricchezza e di modernità in quei Paesi che stanno emergendo dal buio della povertà.

Al contrario, le società ormai mature vedono nel sintetico e nel moderno una fonte di malattia; guardano indietro, a quell’immaginario passato naturale che non è mai esistito. Anzi, le società ormai mature non si accorgono delle sostanze più tossiche di origine naturale e dai pericoli della natura, dalla quale si sono allontanate, e s’illudono che la pericolosità di un’azione, di un prodotto, di un cibo, di un evento naturale o di un composto dipenda dal procedimento usato per ottenerla, se naturale o artificiale, e non dalle sue caratteristiche. Se una frana travolge le case, la colpa viene attribuita all’uomo e alle case e non alla natura che ha generato la frana.

Raccontava nell’estate 2019 il chimico ed esperto di alimentazione Dario Bressanini, cui personalmente tributo alto onore, il caso dei broccoli imbustati ciascuno in una pellicola di politene. Orrore, imballaggio orribile, la plastica ci avvelena.

E invece no. Senza plastichina, dal momento del raccolto il broccolo è commestibile ancora per 5 giorni, e poi immangiabile va gettato (mi raccomando: nell’umido). Con la plastichina, il broccolo rimane commestibile 4 volte più a lungo, cioè circa 20 giorni.
Nella società fluida di oggi, il broccolo con la plastichina (i surgelati, gli imballaggi, la confezione in l’atmosfera modificata) sono quelli del frigorifero, della spesa settimanale, della coppia di giovani con lavori a progetto, dei pensionati, della madre divorziata con figli, della coppia non sposata.
Il broccolo senza plastichina, il cibo fresco senza imballaggi come piace ora, il biologico, è quello di una società che fa la spesa tutti i giorni, che cucina cibo fresco tutti i giorni, le cui derrate nel frigorifero sono tenute aggiornate e vengono cucinate in tempi brevi. Non è la società di oggi; è la società di ieri, in cui si faceva la spesa tutti i giorni e il cibo veniva cucinato fresco tutti i giorni. E in quella società – in questa società che molti invocano oggi come migliore – una persona della famiglia era costretta a questa schiavitù quotidiana di acquistare e cucinare il cibo: la società imporrà questa servitù alla persona che nella famiglia solamente in questi anni si stava liberando dalla schiavitù della casa.
La donna.
Chi invoca il cibo sano e non imballato di una volta sta invocando quella società che imprigionava le donne.

Invito a non sbottare in una risata alla frase che segue: secondo una ricerca dell’Institute for Environmental Decisions (Ied), il 39% dei cittadini europei vorrebbe vivere in un mondo immaginario in cui non esistono sostanze chimiche. Non è una cosa comica, è un indicatore preoccupante di ignoranza. Per descrivere questa diffidenza nei confronti della chimica è stato coniato il termine chemofobia, ripreso da un articolo pubblicato di recente su Nature Chemistry.  

La paura della chimica è un pregiudizio irrazionale che si collega con quella nota iniziale sulla hybris, sul sacrilegio contro la natura intesa come divinità o come creazione della divinità.
L’uomo chimico, così come la fisica del nucleare, suscita paura perché modifica la natura della materia, entra nei meccanismi profondi della realtà e s’illude di poter intervenire; ambisce a sostituirsi alla divinità. Ma poiché l’uomo è incompleto e imperfetto, ciò porterà alla vendetta della natura e degli dèi.
Quante volte abbiamo sentito commentare che “la natura si vendica”?

Allora io voglio cambiare il punto di vista.
Voglio dire: le tecnologie ci permettono di stare molto meglio di come stavamo una volta, ma se non volete accorgervene dobbiamo interrogarci sul perché.

Jacopo Giliberto
Giornalista

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